Barroso lascia un’Europa più povera e tante promesse dimenticate

Sono passati dieci anni da quando José Manuel Barroso divenne Presidente della Commissione europea e durante la Sessione plenaria della scorsa settimana ha tirato le somme dei suoi due mandati. Non sarebbe onesto attribuire tutte le colpe della crisi alla sua Commissione, tuttavia sono evidenti le mancanze e le responsabilità nelle risposte inadeguate che da essa sono state prodotte. Responsabilità talvolta da condividere con i governi nazionali, che però non possono fare dimenticare un Barroso indeciso e poco convinto nel far emergere gli interessi generali degli europei. Oggi si chiude finalmente un capitolo in cui la Commissione europea è stata debole e incerta verso i governi, priva di una guida forte che fosse in grado di riportarla sulla strada della crescita. Barroso ha inseguito, da buon conservatore, le politiche meno indicate per superare la crisi, sulla strada dell’austerità e del rigore fiscale, deprimendo gli investimenti pubblici e privati. Resta il rimpianto di dieci anni in cui l’Unione europea avrebbe potuto riaffermare il proprio ruolo di protagonista sul piano internazionale, dieci anni persi in una rincorsa verso politiche inadeguate di rigore e austerità che hanno portato l’Europa nella drammatica situazione attuale. Il Gruppo dei socialisti e democratici al Parlamento europeo guarda ora con fiducia alla prossima Commissione Juncker, sulla quale promette di vigilare affinché le promesse vengano rispettate consentendo all’Europa di rilanciare gli investimenti innovativi, l’occupazione e la lotta alla povertà.