Una nuova cultura dei Parchi, guardando all’Europa

133025606-c4ef385c-432d-46cb-9693-60bbe5c766e8 Nei giorni scorsi, presso la sede del Consiglio Regionale del Piemonte, si è tenuto un convegno dal titolo “L’Europa e la tutela del territorio. 40 anni di parchi piemontesi“, a cui hanno partecipato Davide Gariglio, Silvana Accossato, Antonio Ferrentino, Alberto Valmaggia e Giorgio Giani. Il convegno è stato anche un modo per ricordare Gigi Rivalta, un grande amministratore del territorio piemontese a cui dobbiamo tra le altre cose il primo Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia di Torino e la Legge sui Parchi della Regione Piemonte, che risale al 1975.

Credo che questo sia un momento importante per riflettere e ricostruire una cultura delle aree protette che mantenga le caratteristiche della storia dei Parchi piemontesi, ma nello stesso tempo si proietti verso il futuro e verso prospettive che l’Unione europea cerca di rendere sempre più importanti e concrete dando anche una risposta a temi dell’economia, proponendo la possibilità di utilizzare risorse importanti per politiche di tutela della natura, che creino occupazione, lavoro e sviluppo sostenibile.

Le caratteristiche della Legge sui Parchi della Regione Piemonte, nasceva dal’idea che occorresse tutelare tutte le specificità naturali e culturali del patrimonio piemontese; culturali perchè molti dei nostri monumenti sono in realtà inseriti in contesti naturalistici importanti e dalla tutela non solo del monumento ma del suo ambiente circostante nasce la possibilità di dare una tutela effettiva e non solo formale (basti pensare a Stupinigi,alla Mandria o ai Sacri Monti). L’idea che animava Gigi Rivalta era anche quella di tutelare delle particolarità, come ad esempio le Baragge, le Riserve di caccia reali o i Parchi fluviali e moltissimi altri, perchè praticamente tutti i parchi del Piemonte hanno caratteristiche uniche che mettono in evidenza delle specificità culturali, naturali, storiche del nostro territorio.

Questa legge parchi è stata integrata con gli obiettivi della normativa europea che sono essenzialmente obiettivi di tutela naturalistica, della biodiversità e nel tempo anche della biodiversità agricola.

Oggi è il momento di fare una riflessione seria: non solo risparmi, non solo razionalizzazione ma anche la proiezione in una visione che l’Europa sempre di più sta proponendo ai propri Paesi membri, in particolare alle autorità regionali europee, che sono quasi ovunque i tutori principali di questi valori. Il territorio protetto, che in Europa è molto vasto (quasi il 20% del territorio europeo, circa 750.000 chilometri quadrati), non può essere messa sotto una campana, ma deve essere partecipe di un progetto di sviluppo sostenibile che produca anche reddito in modo sostenibile per le popolazioni.

Io credo ci siano ancora delle particolarità da individuare, da valorizzare e da proteggere, ma occorre anche cominciare a considerare due aspetti che ci vengono dalle esperienze e dalle opportunità europee: intanto dobbiamo tenere presente che con i fondi strutturali è possibile intervenire in politiche di sviluppo sostenibile che devono produrre ricchezza e occupazione, ma contemporaneamente devono produrre sostenibilità ambientale e territoriale. È quindi possibile finanziare progetti che possono andare dal turismo sostenibile alle politiche di trekking, ma è possibilie utilizzare anche i fondi per lo sviluppo rurale e gli stessi fondi della PAC, ovvero della politica agricola, perchè un terzo dei fondi della politica agricola devono essere destinati al “greening”, che da noi non può essere solo la rotazione agraria, ma possono essere delle politiche di gestione sostenibile forestale, che tra l’altro è uno degli elementi su cui l’Europa insiste molto.

Partiamo dalle opportunità che l’Europa offre e investiamo anche nei parchi che sono una grande opportunità, che può produrre per molte aree notevoli opportunità di creazione di posti di lavoro.