Migranti e Mediterraneo, adesso un nuovo approccio europeo

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In questi giorni abbiamo sentito enunciare molte buone intenzioni, ma solo un’Europa politica, capace di avviare con l’Africa un processo di co-sviluppo può cambiare davvero questo dramma.

La tragedia di qualche giorno fa nel Mediterraneo, che ha visto centinaia di persone innocenti – donne, bambini e uomini in cerca di una vita migliore – morire a pochi chilometri dalle coste europee, è solamente l’ultimo dei drammatici episodi che da anni ormai interrogano le autorità europee sulla risposta da dare al fenomeno dell’immigrazione. Nel dibattito successivo al disastro, come spesso è successo anche in passato, si è immediatamente puntato il dito contro l’Europa, chiedendosi cosa fa l’Europa per aiutare queste persone, cosa fa l’Europa per impedire che questa strage d’innocenti continui, cosa fa l’Europa inoltre per aiutare i paesi maggiormente esposti ai flussi migratori. Queste domande, per quanto legittime e comprensibili, sono però fuori luogo e mal poste: l’Unione europea infatti possiede competenze in materia di asilo e immigrazione, ma la sua capacità di azione è limitata dal controllo degli Stati membri, che ancora oggi hanno l’ultima parola su questi temi. Sono innanzitutto gli Stati, ovvero i governi nazionali, che devono avere la forza di assumersi le proprie responsabilità. Ho seguito con attenzione il Consiglio europeo della settimana scorsa, durante il quale alcuni passi in avanti sono stati compiuti, con il rafforzamento della missione Triton, l’inasprimento della lotta ai trafficanti e la garanzia di maggiori mezzi messi a disposizione da alcuni Paesi UE. Non è abbastanza, purtroppo, per rispondere alla situazione a cui alcuni paesi membri devono far fronte ormai quotidianamente. Serve una vera politica UE per l’immigrazione, che consenta una distribuzione equa delle responsabilità a livello europeo. Stiamo parlando di alcune centinaia di migliaia di migranti all’anno, che scappano da conflitti, dalla guerra, da persecuzioni, dalla fame e che se distribuiti equamente non sarebbero un peso per nessuno, ma anzi un’opportunità. A fianco al controllo delle frontiere e alla gestione del fenomeno, serve però anche rilanciare con forza un impegno europeo in Africa e in tutti i paesi interessati per eliminare alla radice le cause di questi flussi migratori. Servono politiche di sostegno allo sviluppo, con una strategia che contribuisca a stabilizzare l’Africa verso un futuro di pace. Serve un impegno più forte dell’Unione europea e dei suoi Stati membri anche in sede internazionale, a partire dalle Nazioni Unite, dove l’Europa deve tornare ad essere protagonista con uno sforza coordinato verso queste aree del mondo colpite da fenomeni così destabilizzanti. L’azione europea deve quindi essere in due direzioni, complementari: a breve termine, gestione condivisa dei fenomeni migratori, e a medio-lungo termine un contributo concreto per risolvere le crisi umanitarie che spingono queste persone a lasciare le loro terre.

Il mio impegno al Parlamento europeo sarà quello di far fronte comune insieme ai miei colleghi, non solo del Gruppo dei socialisti e democratici ma insieme a chiunque condivida questa battaglia di civiltà, per fare in modo che gli stati membri e le istituzioni europee nel loro insieme si convincano della necessità di un’azione concreta e comune per fare in modo che dall’immigrazione l’Unione europea riesca a costruire un’opportunità positiva di crescita e metta finalmente alle spalle il dolore per la morte di persone innocenti. Senza paure, senza negare che serva una regolamentazione, senza lasciare spazio alle parole violente che infiammano gli odi e le discriminazioni, ma affrontando il problema con umanità e concretezza.